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Guillame Linard Osorio. There will be Clouds

Guillame Linard Osorio. There will be Clouds

Quando

10 Novembre 2023 - 16 Dicembre 2023    
10:00 am - 6:00 pm

Tipologia evento

Dal 10 Novembre 2023 al 16 Dicembre 2023

ROMA

LUOGO: Contemporary Cluster

INDIRIZZO: Via Merulana 248

CURATORI: Domenico de Chirico

Contemporary Cluster è lieta di presentare venerdì 10 novembre There will be cloud, la prima mostra personale di Guillaume Linard Osorio in Italia, a cura di Domenico de Chirico.
In occasione dell’opening della mostra, l’artista ha organizzato una performance che si terrà alle 21.00, con protagonista la ballerina Vittoria Caneva e le musiche del sound designer Edoardo Maria Bellucci. La performance metterà in risalto il legame tra la fluidità delle opere di Guillaume e la capsule collection del design Ara Thorose, a cui il pittore francese ha chiesto una speciale collaborazione per la mostra. Ara Thorose ha progettato una capsule collection di sculture dalle forme morbide e fluenti ispirate ai protagonisti dei più celebri dipinti di Johann Heinrich Füssli (1741-1825); allo stesso modo i performer, seguendo la fluidità dei corpi e dei lori movimenti metteranno in scena i dipinti stessi a ribadire la continuità temporale dell’arte.Nato nel 1978 nel comune francese di Montereau, Guillaume Linard-Osorio, attualmente, vive e lavora a Parigi, città dove ha conseguito i suoi studi, dapprima laureandosi all’Ecole Boulle e in seguito presso l’Ecole nationale supérieure d’architecture Paris-Malaquais. Il suo approccio caleidoscopico e polimorfo, nel tentativo di mettere in relazione tra loro sia immagine e oggetto sia materiale e sfondo, propone un’inedita dimensione percettiva all’interno del piano pittorico canonico, servendosi, solitamente, di un agglomerato ordinato di canali di lastre di policarbonato e altri materiali edili, così da conferire al concetto di spazio, considerato nella sua totalità, la possibilità ambivalente di poter essere valutato, persino da un punto di vista architettonico, in tutta la sua mutevole sinuosità, nel suo dentro e nel suo fuori. La sua progettualità artistica è inconfutabilmente intrisa della cosiddetta cultura del costruttivismo, nonché delle concrete proporzioni rinvenibili nella proiezione e della realizzazione e della rappresentazione delle coordinate spazio-temporali. Contestualmente, egli si concentra sulle infinite possibilità di trasformazione dei materiali, considerando il loro vocabolario come silenziosamente duttile che si manifesta attraverso i principi antitetici di visibile e dell’invisibile. Ed è solo così che egli raggiunge quello stadio eccezionalmente immaginifico in cui emergono paesaggi possibili, i cui vuoti strutturali diventano manifestamente veli di zaffiro, carezze color verde inchiostro, tocchi di verde acqua, marrone, beige e cipria, guazzetti rosso carminio, venature ebano e così via, dando vita a immagini liquide, eppur composte con raffinata percettività, che oscillano tra la macchia involontaria e la traccia razionalmente perfetta.

Ragionando su quella questione assai complessa secondo cui ciascuno di noi è alla costante ricerca della propria realtà, ci si rende presto conto che viviamo le nostre vite guardando al passato e proiettandoci nel futuro, trascurando talvolta l’imperante presente, immaginando e desiderando, con ardore, un’altra vita, che sia nuova, originale e unica nel suo genere. Pertanto, con l’avvento dell’era inintelligibile degli arzigogolati algoritmi e dell’immateriale intelligenza artificiale, l’importanza del presente, in accordo con la sensibilità artistica e di pensiero di Guillaume Linard-Osorio, si tramuta in un momento cruciale di transizione, in cui si vacilla tra il ricordo di com’era, la consapevolezza di com’è e l’incertezza di come sarà, consapevoli dell’attuale difficoltà di adattamento che emerge laddove vi è l’imperitura esigenza di trovare, finalmente, una collocazione nel mondo.

Con There will be clouds, ciò che egli prospetta è uno sguardo nostalgico rivolto al passato, il quale, avvelenato dagli attuali tormenti dell’anima, anela ad un possibile ritorno alla Natura. In altre parole, l’uomo viene qui riconfigurato come una figura immaginifica, corrispettivo contemporaneo del viandante propostoci dal pittore tedesco, esponente dell’arte romantica nonché uno dei più importanti rappresentanti del «paesaggio simbolico», Caspar David Friedrich, il quale, considerando il paesaggio naturale come opera divina, basava la sua pittura su un’attenta osservazione degli scenari e dei loro effetti di luce, puri giochi prismatici, permeandoli sovente di umori romantici. Il “Viandante sul mare di nebbia”, una delle opere più rappresentative della pittura romantica ottocentesca di Friedrich, realizzata nel 1818, ci costringe a doverci commisurare con una figura solitaria che si erge in controluce su un precipizio roccioso, dandoci le spalle. Tuttavia, un’atmosfera fredda, rocciosa e inospitale gli consente di contemplare il panorama che gli si staglia davanti: una valle arcaica dal fascino primordiale, avvolta dalla foschia attraverso cui sporgono audaci e nerborute cime di arbusti, attorniate da montagne sbiadite che silenziosamente si spiritualizzano in un orizzonte, il cui cielo, imponente, si presenta come particolarmente nuvoloso. Così, nel tentativo di compararsi con le rovine dei tempi andati, affiora la necessità di farlo con il nostro tempo, in cui le “nuvole” vengono sia riconfigurate come agglomerati di archiviazione di dati e codici sia, oltremodo, considerate come la manifestazione inconfutabile di alterazioni climatiche e ambientali, perpetue e persistenti, e, finanche, di disagi comportamentali che fronteggiano la questione della tutela della privacy in accordo con la salvaguardia della vita privata e dei correlati dati personali, costantemente sotto minaccia.

Tuttavia, questo nuovo capitolo espositivo di Linard-Osorio, prende ufficialmente spunto dal viaggio a Roma, iniziato nel 1770, del letterato e pittore svizzero Johann Heinrich Füssli, esperto disegnatore. Nonostante i suoi studi sull’antico e sui neoclassici, Füssli scelse soggetti di suggestione romantica, pregni di fascinosa immaginazione, di gesta impetuose e atmosfere magiche, spesso tratti dagli episodi più visionari delle grandi opere poetiche del suo tempo, precorrendo alcuni temi fondanti dell’Espressionismo e del Surrealismo, e fu riconosciuto all’unanimità per le sue illustrazioni delle opere di William Shakespeare. Così come per molti altri pittori, scultori e intellettuali del suo tempo, Roma è stata una tappa fondamentale per la prolificità della sua produzione, tanto da restarci per circa otto anni. Grazie a questo soggiorno, una volta ritornato in Inghilterra, a cavallo tra il 1778 e il 1780, fortemente ispirato, eseguì un disegno, a seppia e sanguigna, particolarmente emblematico delle questioni sinora affrontate, intitolato “La disperazione dell’artista davanti alle rovine”, in cui ha sintetizzato egregiamente il rapporto dell’artista del suo tempo con la schiacciante eredità dell’arcaicità, la cui perfezione, ancora oggi, risulta essere, senza ombra di dubbio, irraggiungibilmente impareggiabile. Qui, i frammenti della colossale statua dell’imperatore Costantino I si stagliano davanti a un muro di pietre, del quale non si distinguono i confini poiché fa parte di uno strabiliante complesso monumentale ormai irrimediabilmente perduto. Ciò che ne consegue, è l’amarezza di trovarsi di fronte a cotanta grandiosità, non più ricostruibile nella sua interezza, che acutizza emozioni estenuanti, un groviglio di angoscia, inquietudine e impotenza, nei confronti di quella figura che, prostrata ai piedi del grande imperatore, piangendo, si copre il volto. Pertanto, per dirla con lo storico dell’arte e archeologo tedesco Johann Joachim Winckelmann, l’ammirazione degli antichi capolavori non stimola l’artista a nuove creazioni ma provoca un sentimento di dilaniante inferiorità e di logorante perdita. Da tempi memorabili, i frammenti della statua dell’imperatore Costantino il Vincitore giacciono imperturbabili nel cortile dei Musei Capitolini a Roma, potendo essere liberamente ammirati da chiunque voglia farlo. Così, Guillaume Linard-Osorio, particolarmente sensibile alla causa del movimento dei corpi e degli elementi che li compongono, decide di suggellare quel punto d’incontro tra il secolo di Füssli e il nostro, ovverosia tra il Romanticismo e il mondo contemporaneo, ai piedi di questa statua, irrefutabile monumento storico. Ed è sulla base di tutti questi presupposti che prende forma There will be clouds, una mostra la cui forza si manifesta attraverso la frammentazione di tutto ciò che la compone, una sorta di sito archeologico contemporaneo incubato presso gli spazi espositivi di Contemporary Cluster, la cui sede vive all’interno di Palazzo Brancaccio, in quella città che tutti quanti noi conosciamo come «Roma caput mundi regit orbis frena rotundi», oggi sovrastata da grandi e facinorose nuvole. E allora, quando, come un coperchio, il cielo basso e greve schiaccia l’anima che geme nel suo tedio infinito*, quanto è ancora generoso e potente quello spiraglio che permette alla luce, irrinunciabile nutrimento terrestre, in tutta la sua prismatica intensità, di attraversa tutte queste animose nuvole così da poter continuare a irradiare la ratio umana e la bellezza solenne dei tempi antichissimi?

* “Spleen” di Charles Baudelaire, da: “I fiori del male”, 1857
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